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Playground (2011-2013)

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In un mondo in così rapida trasformazione, la nozione di metamorfosi costituisce un importante aspetto del concetto di identità e del gioco della visione, Angelo Marinelli con questa raccolta di immagini scattate in vari luoghi d’Italia ed intitolata Playground, intavola una riflessione sull’identità del presente ed il suo vincolo con il passato, anche quello più recente.
Trasformando senza deformare questa riflessione in uno specchio astratto della società e di un certo tipo di strutture che formano parte dei nostri paesaggi – troppo spesso percepite da occhi distratti come passate o infantili – Angelo Marinelli riesce, con il suo obiettivo, a superare la relazione con il tempo e la frenesia che lo permea. Immortala quello che si potrebbe definire come cultura dell’urgenza nel malessere del mondo contemporaneo, invasa di immagini false o create con la finalità di essere poi ammirate, nonostante esse siano degradate e, in ultima istanza, divorate in un vortice senza fine.
Le (sue) strutture architettoniche confermano la visione interiore di un artista che indaga lo spazio con una profondità puntinista, uno spazio dove, anche se non palesemente presente, esiste un “Io” percepito. Strutture che volevano essere ma non sono. Strutture che aspiravano ad avere un contenuto, ma non è chiaro se lo abbiano. In conclusione, un mondo fatto di una presenza fisica prepotente e talvolta addirittura sgradevole, che tuttavia, catturata dall’artista, è trasformata in un’immagine metafisica che sorpassa il trascorrere del tempo. O, meglio detto, la fa sua; e così il silenzio va ad occupare interamente lo spazio sonoro. Angelo Marinelli ha la forza, attraverso il proprio sguardo, di rendere visibili le metamorfosi, le mutazioni dei luoghi centrali al suo obiettivo, trasformando l’insieme in uno spasmo di congelata bellezza, dove la luce trasfigura le strutture architettoniche in qualcosa che è più
in là e in divenire, come dovessero sparire per poi rinascere.
Come in un’area di gioco, nell’ambito creativo e nel territorio di trasformazione ludica evocati dalla composizione del termine “Playground”, queste metamorfosi, tutt’altro che infantili, non possono prescindere dal contesto concettuale che ciascuno cerca nella propria percezione, quando lo sguardo dell’artista e quello dello spettatore si incontrano attraverso la macchina fotografica, che costruisce fra questi un unico segmento di lettura o divergenza. Nel proliferare dei linguaggi esistenziali, il mondo che ci circonda diviene un’illusione carica di segnali, di segni che evocano una nostalgia del passato, nostalgia forse di quel puer ludens, come si trattasse di una transizione – nella quale siamo intermente immersi – a una realtà apparentemente statica che, tuttavia, avanza verso la nostra coscienza.
Massimo Scaringella
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