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n-Structure (2012)

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Bali, l’isola degli dei, una terra in perfetto equilibrio tra forme di estremismo religioso, come l’Islam, e forme elementari di condotta, libere da dogmi, della religione induista. É qui che nasce la riflessione su quali siano le forme di prigione che viviamo, le strutture che ci portiamo dietro per tutta la vita.
Contro questa prigionia, questa gabbia, molti combattono per rendere la propria esistenza, originariamente destinata ad essere in-structure, libera da strutture un-structure. Grande importanza hanno i luoghi, da una parte gli spazi immensi che ci fanno percepire la follia di doversi dare delle strutture, siamo nati liberi e facciamo di tutto per imprigionarci; dall’altra le stesse prigioni, spesso occidentali che stanno inglobando l’oriente e soffocandolo principalmente quelli che sono gli aspetti spirituali.
Il possesso della casa, dell’effigie religiosa, il distruggere un’abitazione per ricostruirla più appariscente o lussuosa, il tagliare una montagna per installarci un “parco culturale” legato alla religione (come il caso di GWK – Garuda Wisnu Kencana), a volte costruire per abbandonare.
Distruggere quindi quello che è il reale lusso già in nostro possesso, la natura, la libertà, e ristabilire l’ennesima prigione, in un gioco di potere dell’ultima realtà divina, il Dio Denaro. Il quadro che ne esce vuole essere comunque una visione ottimistica dell’individuo che combatte e riesce a restare in piedi sotto il peso della gabbia, e a volte se ne libera.
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